Vita da sosia (seconda parte)
Confesso che tutto ciò mi aveva alquanto frastornato. Non ne capivo il senso. Perché (mi chiedevo) non mi sottoponevano ad un normale interrogatorio e mi dicevano di cosa ero stato incolpato invece di perdere tempo in quel modo? Però forse (pensavo) non erano del tutto sicuri del, come si dice, ah sì, del capo d'imputazione. Il funzionario sudaticcio con un gesto di profonda umanità (che mi commosse) mi passò un piatto di patatine fritte rimaste dal giorno prima e una birra calda.
- Devono ancora ripararmi quel cazzo di frigo.
Disse abbozzando un sorriso.
Mangiai avidamente le patatine, controllato a vista dai gorilla che mi avevano prelevato in fabbrica. Il loro capo era andato a fare una telefonata. Quando rientrò bisbigliò qualcosa all'orecchio del funzionario che, per la forte emozione prodotta dalle parole, si deterse la fronte col braccio (lasciando sul velluto blu della giacca un inquietante alone). Quando ebbi finito di mangiare, un gesto del funzionario che non aveva smesso neanche per un secondo di fissarmi, manco fossi Sharon Stone, mi fece capire che era il momento di alzarmi, dovevamo spostarci altrove. Buttai giù sue sorsi di birra, e pensai che avrei conservato per il momento più opportuno le mie domande. Non sono mica un fesso: ho visto molti telefilm polizieschi, e prima di parlare devi essere assistito da un avvocato.
Salii in macchina con loro, i due gorilla con me, il loro capo al volante, il funzionario al suo fianco. Con mia grande sorpresa stavolta la macchina prese una stradina appena fuori città, un lungo viale alberato al cui termine sorgeva una villa bianca, circondata da guardie e i cui cancelli si aprirono dolcemente al nostro arrivo.
I miei accompagnatori sembravano conoscere molto bene quel luogo, visto che procedevano spediti all'interno del parco (dove avevano parcheggiato l'auto) e infine all'interno degli ambienti elegantemente arredati della villa. Ma quel che più mi colpì è che al nostro passaggio tutti quei tizi che avevo visto all'ingresso non c'erano più, e si erano come dileguati, e nessuno ci veniva incontro. Strano.
Chiaramente il padrone di casa, ci attendeva. Ora so che era me che attendeva.
Finalmente fummo dentro una stanza e mi fu ordinato di sedermi su una poltrona di vimini, roba che avevo visto solo nei film di Emmanuelle.
E poi fummo lasciati soli, io la poltrona e i miei pensieri.
Non saprei dire quanto durò quella solitudine.
Forse pochi minuti oppure ore, una fisarmonica di tempo che decisi di impiegare passando in rassegna, tappa per tappa, quello che mi era successo dal momento in cui avevo fatto conoscenza dei due gorilla.
Ero talmente preso dalla mia ricostruzione mentale che non mi accorsi subito che qualcuno aveva furtivamente fatto il suo ingresso nella stanza.
E che mi osservava.
Alzai lo sguardo. Trasalii.
Davanti a me in quel momento nella sua uniforme carica di medaglie e onorificenze stava Aurelio Amilcare Alarico Anton Ambrosio Anastasio Andres y Martinez Sánchez Ruiz Hernández abbreviato in Aurelio Ruiz conosciuto come El general capo del governo, delle forze di terra, d'aria e di mare del nostro paese.
Aurelio Ruiz conosciuto come El general mi studiava con attenzione. Quell'attenzione che l'entomologo dedica alla farfalla un istante prima di infilzarla con uno spillo. Avrei voluto chiedergli un autografo per mia moglie, ma mi convinsi che forse quella non era la situazione più indicata per una richiesta di quel tipo. Dopo, magari.
Istintivamente feci per alzarmi, sono un tipo educato, ma El general mi fece segno che potevo restare seduto.
- Rimani pure comodo, Ramòn.
disse con infinita dolcezza, porgendomi un bicchiere di quel pessimo Whisky di cui il nostro paese è orgoglioso di essere produttore, e che tracannai tutto d'un fiato per non incorrere nell'eventuale ira di El general. Il quale intanto, avvicinando il suo viso al mio, aveva incominciato un discorso di cui captai le seguenti parole:
- Caro Ramòn, la storia delle volte ci pone davanti a un bivio, a scelte che non possiamo più rimandare. Ne va della nostra vita, di quella dei nostri familiari e forse anche dei nostri amici a due e a quattro zampe ma soprattutto ne va della vita del nostro paese, il nostro glorioso paese produttore delle migliori scatole da imballaggio del mondo. Sappi che il destino con te è stato benevolo mettendoti nella condizione di riscattare una vita inutile e senza senso Ramòn, ora tu puoi dare una mano al tuo paese che tanto ha fatto per me, pardon volevo dire per te.
- E come, eccellenza?
E dopo una pausa che doveva preannunciare qualcosa di importante:
- E' semplice, Ramòn, e anzi mi sorprende questa tua domanda. Tu ti sostituirai a me.
Non capii quel che diceva ma lo attribuii al pessimo Whisky.
- Non dirmi che non ti sei mai accorto dell'incredibile somiglianza che ci lega. Se tu ti lasciassi crescere i baffi, saremmo identici, praticamente due gocce d'acqua!
- Ma lei, eccellenza, non ha i baffi!
- Me li farei crescere apposta, Ramòn.
- E cosa dovrei fare oltre a lasciarmi crescere i baffi?
- Niente di particolarmente complicato o fastidioso. Sostituirmi nelle cerimonie pubbliche, Ramòn. Sono faticose, mi rubano del tempo prezioso che potrei impiegare proficuamente a perseguitare gli oppositori interni e torturare le loro famiglie e inoltre mi espongono ai fenomeni atmosferici, sole vento pioggia neve...terribile.
Mi sentivo sollevato! Accidenti, non solo non ero stato incolpato di niente (lo sapevo io che non occupandosi di politica si campa fino a cent'anni), ma mi si offriva la possibilità (da El general in persona, poi!) di rendermi utile alla società! Esclamai, balzando in piedi:
- Ha ragione! Fino a qualche minuto fa non capivo il senso di ciò che accadeva, ma ora che ho avuto l'onore di parlare con lei, mi è tutto più chiaro e anzi sono onorato della sua proposta. Se posso rendermi utile, lo farò. Se si tratta solo di questo: accetto!
In quel giorno così bizzarro ebbe inizio la parte più recente della mia vita. Della mia nuova vita.
Mi feci crescere i baffi e cominciai a sostituire El general nelle pubbliche udienze del week-end, in cerimonie ufficiali come partite di calcetto tra ex-combattenti, inaugurazioni di prigioni e di fabbriche di armi di distruzione (spesso era difficile distinguerle), di ospizi per ex-combattenti e motel dove gli ex-combattenti andavano a donne. Cose così. Ovviamente smisi di lavorare, ma la cosa non mi pesò più di tanto. Per impersonare El general percepivo uno stipendio che era quasi il doppio di quello che prendevo prima. Ma sia chiaro, non lo facevo per soldi. Oserei dire che mi sentivo un patriota, uno importante, quasi una star del cinema, che so, Richard Gere. Era bello stringere le mani dei miei connazionali, felici di trovarsi al cospetto di sua eccellenza. Percepivo l'amore della gente. Nessuno si accorgeva dell'inganno! Passavo ore a guardarmi allo specchio, nessun dettaglio doveva essere fuori posto. Non ero più quello sfigato di Ramòn! E poi, Lucinda, mia moglie, quando mi vedeva rincasare la sera, stanco ma soddisfatto, mentre prendevamo il caffè in tinello mi sussurrava all'orecchio, tutta orgoliosa: "Ho mandato i bambini da mia madre, Ramòn...pardon, sua eccellenza, possiamo dedicare questa serata a noi". In quel periodo posso dire di aver rasentato la felicità.
Poi, a poco a poco cominciai ad aprire gli occhi.
Un giorno, parlando con uno degli uomini di scorta, scoprii di non essere certo il primo. Prima di me erano stati ingaggiati diversi sosia.
- E che fine hanno fatto?
domandai, allarmato. Il tizio, in segno di stima nei miei confronti, sputò a terra e poi biascicò:
- Uno che conoscevo perché era del mio paese, l'hanno fatto fuori in un attentato. Una bomba, mentre inaugurava un supermercato e...bum. L'hanno nascosta dentro una confezione di fiocchi d'avena. Sai, di quelle con la sorpresina. E che sorpresina! Un altro ancora, gli hanno sparato durante una parata. Un altro l'hanno avvelenato con del veleno per topi e poi c'è quell'altro, poverino, che gli hanno tagliato la gola. Si vede che non gli manca la fantasia. Beh, non dirmi che non lo sapevi? Non penserai che ti abbiano preso solo per farti tagliare dei nastri?
E nel vedere la mia espressione scoppiò in una risata che mi mise i brividi.
In quel momento, capii di essere stato raggirato. Che stupido che ero stato! Di colpo, tutto l'orgoglio svanì. Tutto l'ardore patriottico che era in me, si dileguò e anche l'entusiasmo mi abbandonò per non riaffacciarsi mai più nel mio animo. La prima ad accorgersene fu Lucinda: "Ehi che ti succede, Ramòn - mi disse, corrucciata - l'artiglieria ti si è inceppata?". Non ebbi il coraggio di dirle la verità e attribuii la défaillance alla stanchezza. Fu l'inizio della fine.
Da quel giorno, sospetto di tutto e di tutti, e mentre sfilo tra la folla, e stringo le mani che si protendono verso di me, nella segreta paura di scoprire che una di esse punterà contro di me la canna metallica di un'arma, facendo esplodere una sequenza di spari mortali che mi manderanno diritto all'altro mondo, non riesco a fare a meno di pensare che quello potrebbe essere l'ultimo istante della mia vita, l'ultimo pensiero, l'ultimo respiro.
Questa è la mia vita da sosia.