martedì, 11 agosto 2009

Avventurosa avventura a Parigi (prima parte)

La casa è piccola, meno di 30 metri quadrati.
Ma non mi lamento.
E' composta di una sola stanza, devo dire luminosa e pittoresca, ci sono un letto, un tavolo ed una sedia, un piccolo armadio incassato nella parete, più il bagno, piccolo e stretto.
L'affitto è buono.
Sono all'ultimo piano di un vecchio edificio credo dei primi del Novecento, la stazione metro è a 3 minuti a piedi. Se guardo fuori dalla finestra, ad attendermi come un innamorato che aspetta in macchina la sua ragazza, c'è Parigi.
A proposito, dalla finestra la mattina presto la luce riempie la stanza.
L'essenziale, tutto quello che mi occorre. Quando ho letto l'annuncio della proprietaria che la subaffittava per il mese di agosto tra me e me ho pensato: sì, certo, figurati se non l'hanno già contattata.
Lì per lì ero sul punto di rinunciare.
Invece qualcosa dentro di me ha insistito. Eddai, almeno prova. Chiama.
Ho chiamato e la tizia invece mi ha detto che ero la prima persona che.
Che culo mi son detto.
Comunque mettiamoci al lavoro.
Entro questo mese devo finire di tradurre 2 volumi dell'Enciclopedia dell'Occulto (sì, con la o maiuscola).
Considerando che so solo qualche parole di francese, questa sistemazione è l'ideale per me. Me ne starò buono buono in questa casetta, uscirò solo per andare a mangiare qualcosa e poi di nuovo al lavoro.
Al lavoro, al lavoro.

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venerdì, 31 luglio 2009

Lavori in corso

Il comune ha deciso che il momento migliore per la manutenzione delle strade è la notte. Ci scusiamo per il disagio arrecato, recita un avviso un po' sibillino  piazzato qui stamattina non si sa bene da chi, per la delicatezza delle procedure si prega di chiudere porte e finestre e di non uscire di casa dalla 23 alle 4 del mattino. Non preoccupatevi per le vostre automobili, non subiranno alcun danno. Sotto la finestra della mia camera, stanotte sento pesanti automezzi lastricare la via. Sono ansiosi e metallici i loro muggiti.
L'indomani mattina, però. La strada sembra intonsa, è esattamente come la ricordavo. Se hanno lavorato, mi dico, l'hanno fatto talmente bene che sembra non abbiano toccato niente.
Da allora, il comune manda tutte le sere i suoi automezzi ad effettuare i lavori. Nessuno, a quanto io sappia, ha mai visto cosa facciano effettivamente gli operai né in cosa consistano concretamente i lavori di manutenzione della strada. Certo, tutta questa segretezza è per il nostro bene, l'incolumità e tutto il resto. Ogni mattina quando apriamo le finestre o scendiamo per strada, non c'è traccia né segno tangibile di intervento. Semplicemente, la strada è sempre la stessa, non è più nuova né peggiore di prima.
Una notte, incuriosito, sono stato sul punto di spalancare la finestra della mia camera e sbirciare quello che succedeva lì sotto. Dopotutto, mi son detto, avrò pure il diritto di constatare cosa fanno sotto casa mia? Mentre aprivo, però, una voce  metallica - doveva provenire da una specie di megafono - mi ha apostrofato, intimandomi di chiudere immediatamente e mettermi  a dormire. Sorpreso, e intimidito, ho eseguito subito l'ordine, ripromettendomi di non infrangere più la consegna.
Dopotutto stanno lavorando per noi.

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giovedì, 02 aprile 2009
Un racconto del cuscino*

Se qualcuno ti domandasse quali sono state le invenzioni che più hanno inciso sulla storia dell'umanità, immagino che risponderesti citando la ruota, la polvere da sparo, la stampa a caratteri mobili, l'orologio o internet. Temo che non ti passerebbe neanche per l'anticamera del cervello di nominare il cuscino.
Eppure, se ci pensi un po', il cuscino è una delle più preziose e utili invenzioni che l'umanità abbia mai realizzato.
Ti faccio qualche esempio.
Prima della sua invenzione, gli uomini dormivano poggiando la testa su un sasso. L'indomani mattina erano emicranie, cefalee che non ti dico: immagina la scena. Uno si alza, "ho come un cerchio alla testa", dice. E ci credo, non è ancora stato inventato il cuscino, gli risponde quell'altro.
Eppoi prima dell'invenzione del cuscino, la sera, le battaglie a cuscinate erano impensabili. Praticamente un dramma. La gente si annoiava, non ci si poteva neanche mettere a leggere a letto. Perché non c'era il cuscino.
Il cuscino, un giorno l'han inventato. Pensa a come è fatto un cuscino. È morbido, soffice e accogliente, è gentile, non è né troppo soffice né troppo rigido. Quando sei innamorato puoi affondare la faccia nel cuscino.
Ah che bella invenzione che è stata il cuscino.
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martedì, 03 marzo 2009
Il vuoto*

Questa casa è vuota. Immensamente vuota. Mi aggiro per le sue stanze, come dopo un terremoto o, il che è lo stesso, dopo un trasloco. La percezione che ho del volume del corridoio, e delle sue stanze nude, è straniante: la stessa sensazione che si prova quando incontri in spiaggia qualcuno. Vedere il tuo collega in giacca e cravatta e vederlo in costume da bagno non è la stessa cosa [probabilmente lui sta pensando la stessa cosa di te]. Entro in camera nostra, qui l'armadio, lì lo specchio ovale [quante volte ho guardato l'immagine duplicata di L. che si rivestiva], dall'altra parte il letto e sotto la finestra la poltroncina antica. Non ci sono più. In cucina, il tavolo rotondo, la credenza, le sedie, la lavatrice: sparite.
Georges Perec si è chiesto una volta se fosse possibile "pensare a un appartamento nel quale ci fosse una stanza inutile, assolutamente e deliberatamente inutile", "uno spazio senza funzione" che "non avrebbe servito a nulla, non avrebbe rinviato a nulla".
Stamattina, quando sono arrivato, l'ho trovata così, la nostra casa. Vuota. Nuda. Per terra, vicino all'ingresso, una lettera di L. In mancanza di sedie, l'ho letta seduto sul water. Poche frasi, grafia nervosa. Aveva provato tante di quelle volte a farmelo capire, che qualcosa non andava più come una volta, ma io giravo la faccia dall'altra parte. Finché. Spontaneamente, le do ragione.
Vorrei bere, io che non bevo mai. Ma non posso, non c'è più il frigo.
La mia risposta a Perec è che questa casa non solo è vuota ma inutile.
Come me, del resto.
Manco le tendine del bagno mi ha lasciato.
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mercoledì, 29 ottobre 2008
Un tuffatore

In un silenzio vellutato e caldo, mi tuffo in acqua.

Dalla terraferma alla laguna saranno sì e no quindici minuti a nuoto.
Sono l'unico, da queste parti, che sa nuotare.
Conduco vite separate, sfoggio nomi diversi a seconda del luogo in cui mi trovo.
Sulla terraferma un nome duro, breve, e un carattere spigoloso. Pochi gesti, misurati, lenti, diffidenti. Una volta che ho attraversato a nuoto questa breve striscia di mare, è come se qualcosa dentro di me si addolcisse. Lì, il mio nome zampilla allegro sulla bocca di tutti, come un fuoco d'artificio nella notte. Suscito sorrisi.
Quando ho noia di me, e uno sbadiglio galleggia sopra la mia testa, decido che è tempo di cambiare aria, e faccio il percorso che mi conduce dalla laguna alla terraferma o, viceversa, quello che dalla terraferma conduce alla laguna.
Nessuno sa nuotare, da queste parti, certo, ma non è detto che tutto questo un giorno non finirà. Se sapessi perché lo faccio, forse potrei smettere. Ma mi interessa veramente smettere? No, non direi: a me piace tuffarmi.
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mercoledì, 01 ottobre 2008
Vita da sosia (seconda parte)

Confesso che tutto ciò mi aveva alquanto frastornato. Non ne capivo il senso. Perché (mi chiedevo) non mi sottoponevano ad un normale interrogatorio e mi dicevano di cosa ero stato incolpato invece di perdere tempo in quel modo? Però forse (pensavo) non erano del tutto sicuri del, come si dice, ah sì, del capo d'imputazione. Il funzionario sudaticcio con un gesto di profonda umanità (che mi commosse) mi passò un piatto di patatine fritte rimaste dal giorno prima e una birra calda.

- Devono ancora ripararmi quel cazzo di frigo.

Disse abbozzando un sorriso.
Mangiai avidamente le patatine, controllato a vista dai gorilla che mi avevano prelevato in fabbrica. Il loro capo era andato a fare una telefonata. Quando rientrò bisbigliò qualcosa all'orecchio del funzionario che, per la forte emozione prodotta dalle parole, si deterse la fronte col braccio (lasciando sul velluto blu della giacca un inquietante alone). Quando ebbi finito di mangiare, un gesto del funzionario che non aveva smesso neanche per un secondo di fissarmi, manco fossi Sharon Stone, mi fece capire che era il momento di alzarmi, dovevamo spostarci altrove. Buttai giù sue sorsi di birra, e pensai che avrei conservato per il momento più opportuno le mie domande. Non sono mica un fesso: ho visto molti telefilm polizieschi, e prima di parlare devi essere assistito da un avvocato.
Salii in macchina con loro, i due gorilla con me, il loro capo al volante, il funzionario al suo fianco. Con mia grande sorpresa stavolta la macchina prese una stradina appena fuori città, un lungo viale alberato al cui termine sorgeva una villa bianca, circondata da guardie e i cui cancelli si aprirono dolcemente al nostro arrivo.
I miei accompagnatori sembravano conoscere molto bene quel luogo, visto che procedevano spediti all'interno del parco (dove avevano parcheggiato l'auto) e infine all'interno degli ambienti elegantemente arredati della villa. Ma quel che più mi colpì è che al nostro passaggio tutti quei tizi che avevo visto all'ingresso non c'erano più, e si erano come dileguati, e nessuno ci veniva incontro. Strano.
Chiaramente il padrone di casa, ci attendeva. Ora so che era me che attendeva.
Finalmente fummo dentro una stanza e mi fu ordinato di sedermi su una poltrona di vimini, roba che avevo visto solo nei film di Emmanuelle.
E poi fummo lasciati soli, io la poltrona e i miei pensieri.

Non saprei dire quanto durò quella solitudine.
Forse pochi minuti oppure ore, una fisarmonica di tempo che decisi di impiegare passando in rassegna, tappa per tappa, quello che mi era successo dal momento in cui avevo fatto conoscenza dei due gorilla.
Ero talmente preso dalla mia ricostruzione mentale che non mi accorsi subito che qualcuno aveva furtivamente fatto il suo ingresso nella stanza.
E che mi osservava.
Alzai lo sguardo. Trasalii.

Davanti a me in quel momento nella sua uniforme carica di medaglie e onorificenze stava Aurelio Amilcare Alarico Anton Ambrosio Anastasio Andres y Martinez Sánchez Ruiz Hernández abbreviato in Aurelio Ruiz conosciuto come El general capo del governo, delle forze di terra, d'aria e di mare del nostro paese.
Aurelio Ruiz conosciuto come El general mi studiava con attenzione. Quell'attenzione che l'entomologo dedica alla farfalla un istante prima di infilzarla con uno spillo. Avrei voluto chiedergli un autografo per mia moglie, ma mi convinsi che forse quella non era la situazione più indicata per una richiesta di quel tipo. Dopo, magari.
Istintivamente feci per alzarmi, sono un tipo educato, ma El general mi fece segno che potevo restare seduto.

- Rimani pure comodo, Ramòn.

disse con infinita dolcezza, porgendomi un bicchiere di quel pessimo Whisky  di cui il nostro paese è orgoglioso di essere produttore, e che tracannai tutto d'un fiato per non incorrere nell'eventuale ira di El general. Il quale intanto, avvicinando il suo viso al mio, aveva incominciato un discorso di cui captai le seguenti parole:

- Caro Ramòn, la storia delle volte ci pone davanti a un bivio, a scelte che non possiamo più rimandare. Ne va della nostra vita, di quella dei nostri familiari e forse anche dei nostri amici a due e a quattro zampe ma soprattutto ne va della vita del nostro paese, il nostro glorioso paese produttore delle migliori scatole da imballaggio del mondo. Sappi che il destino con te è stato benevolo mettendoti nella condizione di riscattare una vita inutile e senza senso Ramòn, ora tu puoi dare una mano al tuo paese che tanto ha fatto per me, pardon volevo dire per te.

- E come, eccellenza?

E dopo una pausa che doveva preannunciare qualcosa di importante:

- E' semplice, Ramòn, e anzi mi sorprende questa tua domanda. Tu ti sostituirai a me.

Non capii quel che diceva ma lo attribuii al pessimo Whisky.

- Non dirmi che non ti sei mai accorto dell'incredibile somiglianza che ci lega. Se tu ti lasciassi crescere i baffi, saremmo identici, praticamente due gocce d'acqua!

- Ma lei, eccellenza, non ha i baffi!

- Me li farei crescere apposta, Ramòn.

- E cosa dovrei fare oltre a lasciarmi crescere i baffi?

- Niente di particolarmente complicato o fastidioso. Sostituirmi nelle cerimonie pubbliche, Ramòn. Sono faticose, mi rubano del tempo prezioso che potrei impiegare proficuamente a perseguitare gli oppositori interni e torturare le loro famiglie e inoltre mi espongono ai fenomeni atmosferici, sole vento pioggia neve...terribile.

Mi sentivo sollevato! Accidenti, non solo non ero stato incolpato di niente (lo sapevo io che non occupandosi di politica si campa fino a cent'anni), ma mi si offriva la possibilità (da El general in persona, poi!) di rendermi utile alla società! Esclamai, balzando in piedi:

- Ha ragione! Fino a qualche minuto fa non capivo il senso di ciò che accadeva, ma ora che ho avuto l'onore di parlare con lei, mi è tutto più chiaro e anzi sono onorato della sua proposta. Se posso rendermi utile, lo farò. Se si tratta solo di questo: accetto!

In quel giorno così bizzarro ebbe inizio la parte più recente della mia vita. Della mia nuova vita.
Mi feci crescere i baffi e cominciai a sostituire El general nelle pubbliche udienze del week-end, in cerimonie ufficiali come partite di calcetto tra ex-combattenti, inaugurazioni di prigioni e di fabbriche di armi di distruzione (spesso era difficile distinguerle), di ospizi per ex-combattenti e motel dove gli ex-combattenti andavano a donne. Cose così. Ovviamente smisi di lavorare, ma la cosa non mi pesò più di tanto. Per impersonare El general percepivo uno stipendio che era quasi il doppio di quello che prendevo prima. Ma sia chiaro, non lo facevo per soldi. Oserei dire che mi sentivo un patriota, uno importante, quasi una star del cinema, che so, Richard Gere. Era bello stringere le mani dei miei connazionali, felici di trovarsi al cospetto di sua eccellenza.  Percepivo l'amore della gente. Nessuno si accorgeva dell'inganno! Passavo ore a guardarmi allo specchio, nessun dettaglio doveva essere fuori posto. Non ero più quello sfigato di Ramòn! E poi, Lucinda, mia moglie, quando mi vedeva rincasare la sera, stanco ma soddisfatto, mentre prendevamo il caffè in tinello mi sussurrava all'orecchio, tutta orgoliosa: "Ho mandato i bambini da mia madre, Ramòn...pardon, sua eccellenza, possiamo dedicare questa serata a noi". In quel periodo posso dire di aver rasentato la felicità.

Poi, a poco a poco cominciai ad aprire gli occhi.

Un giorno, parlando con uno degli uomini di scorta, scoprii di non essere certo il primo. Prima di me erano stati ingaggiati diversi sosia.

- E che fine hanno fatto?

domandai, allarmato. Il tizio, in segno di stima nei miei confronti, sputò a terra e poi biascicò:

- Uno che conoscevo perché era del mio paese, l'hanno fatto fuori in un attentato. Una bomba, mentre inaugurava un supermercato e...bum. L'hanno nascosta dentro una confezione di fiocchi d'avena. Sai, di quelle con la sorpresina. E che sorpresina! Un altro ancora, gli hanno sparato durante una parata. Un altro l'hanno avvelenato con del veleno per topi e poi c'è quell'altro, poverino, che gli hanno tagliato la gola. Si vede che non gli manca la fantasia. Beh, non dirmi che non lo sapevi? Non penserai che ti abbiano preso solo per farti tagliare dei nastri?

E nel vedere la mia espressione scoppiò in una risata che mi mise i brividi.
In quel momento, capii di essere stato raggirato. Che stupido che ero stato! Di colpo, tutto l'orgoglio svanì. Tutto l'ardore patriottico che era in me, si dileguò e anche l'entusiasmo mi abbandonò per non riaffacciarsi mai più nel mio animo. La prima ad accorgersene fu Lucinda: "Ehi che ti succede, Ramòn - mi disse, corrucciata - l'artiglieria ti si è inceppata?". Non ebbi il coraggio di dirle la verità e attribuii la défaillance alla stanchezza. Fu l'inizio della fine.

Da quel giorno, sospetto di tutto e di tutti, e mentre sfilo tra la folla, e stringo le mani che si protendono verso di me, nella segreta paura di scoprire che una di esse punterà contro di me la canna metallica di un'arma, facendo esplodere una sequenza di spari mortali che mi manderanno diritto all'altro mondo, non riesco a fare a meno di pensare che quello potrebbe essere l'ultimo istante della mia vita, l'ultimo pensiero, l'ultimo respiro.
Questa è la mia vita da sosia.
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lunedì, 08 settembre 2008
Vita da sosia (prima parte)

La storia che mi appresto a raccontarvi ebbe inizio così. Un giorno in fabbrica vennero a prelevarmi due poliziotti che senza neanche darmi il tempo di cambiarmi, mi fecero salire su un'auto con i vetri oscurati. Non dissero nulla, né del resto io ebbi il coraggio di far loro domande. Quello stronzo di Raoul, il mio caporeparto, mi aveva fatto convocare nel suo ufficietto putrido e una volta entrato, e dopo aver accennato con un gesto della testa ai due poliziotti che si erano disposti rispettivamente ai lati della sua scrivania di latta, con un'espressione solenne, da funerale, aveva pronunciato soltanto queste poche parole:

- Devi seguire questi signori, Ramòn. Qualcuno finirà il lavoro al posto tuo. Puoi andare.

Anche le tette della ragazza sul calendario alle sue spalle sembravano voler partecipare alla gravità del momento. D'istinto avrei voluto rispondere: ma che stai dicendo? Per quale ragione al mondo dovrei andare via? E con questi due per giunta! O anche: È successo forse qualcosa? Cos'ho fatto di male? Ma prima che potessi aprire bocca li stavo già seguendo a capo chino, rassegnato. Durante il tragitto in macchina mi posi mille domande. Cosa poteva essere successo? Sarei finito in prigione? Mi avrebbero torturato? Avrei più rivisto i miei familiari e amici? Forse, mi dicevo, ero stato scambiato per qualcuno. Sì doveva essere andata così. Un equivoco! Mi avevano preso per un altro. Magari uno che mi somigliava. O che si chiamava come me. Non c'era altra spiegazione. Chissà, con un po' di fortuna sarei riuscito a dimostrare che non avevo fatto niente, e poi lo sapevano tutti che io non ho mai dato fastidio a nessuno e che mai e poi mai mi sono occupato di politica.

I due gorilla mi portarono in questura, come nei telefilm. Vedendomi entrare nella stanza, quello che doveva essere il capo dei due che mi avevano prelevato in fabbrica chiese loro:

- È lui?

I suoi scagnozzi non risposero ma si limitarono a fare sì con la testa (questo mi fece pensare che non erano loquaci). Poi cominciò ad esaminarmi per benino, manco fossimo ad un provino per il cinema. Senza dire niente, impassibile, manco un briciolo di spiegazione, capii che confrontava le mie fattezze con una fotografia segnaletica che aveva tratto da una cartellina gialla.  Volevo dire qualcosa, ma non mi venivano le parole. I suoi occhi piccoli, freddi, si spostavano in continuazione dalla fotografia a me, da me alla fotografia, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro, scrutandomi irrequieti. Manco stesse assistendo alla finale di Wimbledon, pensai. Mi venne quasi da ridere, ma mi trattenni. Ad un certo punto mi parve di notare un impercettibile movimento laterale dei muscoli facciali. Ma non ne sono sicuro. Pensavo che mi avrebbero interrogato, e che avrei preso anche qualche botta, se ne sentono così tante in giro. Ma, con mia grande meraviglia, senza neanche farmi una domanda il capo dei due che mi avevano prelevato in fabbrica mi accompagnò da un altro funzionario. Il tragitto fu breve. La macchina si fermò davanti a quello che sembrava essere un ministero o in alternativa un albergo a due stelle. Quando entrammo capii che era un ministero con l'arredamento tipico di un albergo ad una stella. Salimmo al terzo piano.
I due che mi avevano prelevato in fabbrica rimasero ad attendere fuori, nel corridoio. Qui si ripetè la scena precedente. Con l'unica differenza che il confronto con la fotografia durò meno. Questo funzionario, che sembrava un tenore italiano, si detergeva di continuo la fronte con un fazzoletto. E i suoi occhi non erano piccoli e freddi come quelli del capo dei due che mi avevano prelevato in fabbrica.

- Devono ancora ripararmi quel cazzo di ventilatore.

disse al capo dei due che mi avevano prelevato in fabbrica, indicando con la testa in alto, un'elica sul soffitto, spenta. In effetti faceva caldo. Me ne accorsi solo in quel momento. Talmente tanta era la paura, che mi si era gelato il sangue.

Dopo avermi esaminato il funzionario sudaticcio si alzò, palesemente soddisfatto, e lui, il capo dei due che mi avevano prelevato in fabbrica e quei due che mi avevano prelevato in fabbrica decisero che gli esami per quel giorno erano finiti.
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domenica, 31 agosto 2008
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giovedì, 31 luglio 2008

Io non so se l'olandese Hans Lippershey, che generalmente viene ricordato per essere stato colui che nel XVII sec. ha inventato il cannocchiale, ora si trovi in paradiso o all'inferno. So però con certezza che, ovunque egli sia, è molto infelice. E amareggiato. E proprio a causa della sua invenzione.

Egli ritiene infatti che l'umanità abbia fatto un uso semplicemente distorto del cannocchiale, e per primo quel Galileo che ne perfezionò e adottò l'idea per poter fare il guardone da film di Hitchcock con i corpi celesti.

Siamo tutti convinti che Lippershey rese un ottimo servizio ai suoi simili ponendo due lenti l'una davanti all'altra, una oculare l'altra per l'obiettivo, e trovando così un fantastico modo per accorciare le distanze.
Ma le cose non andarono esattamente in questi termini.

L'intento di Lippershey non era quello di diminuire, seppure con un artificio ottico, lo spazio che intercorre tra i luoghi, le cose e le persone, ingrandendone i particolari, rendendo tutto ciò che è lontano più vicino. Al contrario: con l'aiuto delle sue lenti egli intendeva dilatare questi spazi, queste distanze, rendere gli uomini più distanti e lontani.
Il suo dramma è quello di un uomo la cui invenzione non solo non è stata capita, ma distorta e utilizzata esattamente per uno scopo che è l'opposto di quello che lui si prefiggeva.

Per questi motivi, ovunque egli sia è molto triste, e non sa darsi pace.

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mercoledì, 18 giugno 2008

Odradek

L'Odradek si presenta a prima vista con un aspetto alquanto dimesso. L'asse centrale è il perno attorno al quale ruota una specie di obelisco forato (figura A). L'asse è fisso, e l'obelisco sembra avere la sola funzione di deviare la forza applicata ad una estremità da una leva che viene messa in movimento attraverso il pulsante rosso (posto sulla pulsantiera che sta alla base dell'ingranaggio). Quando l'obelisco ruota, la circolazione libera dell'aria mette in moto il beccuccio di raccordo (cui prima non avevo fatto caso) che alimenta di soluzione fisiologica gli elementi angolari posti alla sommità del perno (vedi figura B).
Attenzione! Al termine dell'utilizzo, non introdurre mai le dita nell’apertura dopo aver spostato la molla di sicurezza posta nella parte inferiore dell'obelisco. In tal caso, l'Odradek potrebbe fermarsi o ripartire automaticamente (quale delle due azioni metterà in atto non è possibile stabilirlo a priori). Proprio questa imprevedibilità e la perdita di un numero considerevole di dita ha provocato negli ultimi tempi l'aumento di fastidiosi  quanto inopportuni reclami.

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